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Viaggiare facendo volontariato

Viaggiare facendo volontariato Viaggiare facendo volontariato

In un mondo in cui viaggiare è sempre più associato al consumo, esiste un’alternativa capace di ribaltare la prospettiva: il volontariato internazionale.

Non più visitatori mordi-e-fuggi, ma persone che scelgono di fermarsi, ascoltare, contribuire ed imparare.

Negli ultimi anni il fenomeno del voluntourism (volunteering + tourism) è cresciuto in modo significativo. Secondo alcune ricerche di mercato, nel 2023 il valore globale del settore era stimato intorno agli 848,9 milioni di dollari, con una proiezione che punta a raggiungere 1,273,3 milioni entro il 2030, per un tasso di crescita annuale composto di circa 6,1%. Numeri importanti, che da soli raccontano quanto questo tipo di esperienza stia diventando un vero e proprio trend globale.

Ma attenzione: non è tutto oro ciò che luccica. Dietro le immagini patinate di chi costruisce scuole o accudisce animali esotici, esistono anche zone d’ombra e domande necessarie:

  • Il volontariato porta davvero benefici alle comunità ospitanti?
  • Come distinguere i progetti seri da quelli puramente commerciali?
  • Quali competenze servono davvero per essere d’aiuto?
  • E, soprattutto, cosa ci si porta a casa, dentro, dopo un’esperienza così?

Questo articolo nasce per rispondere proprio a queste domande. Racconterò cosa significa viaggiare facendo volontariato in modo responsabile, come scegliere un progetto affidabile, quali sono vantaggi, limiti e rischi da considerare. E, infine, condividerò la mia esperienza personale in Costa Rica, dove ho capito sulla mia pelle che il volontariato non è una vacanza alternativa, ma un incontro: con le persone, con la realtà e – perché no – anche con sé stessi.

Tipologie volontariato internazionale

Cosa significa fare volontariato internazionale?

Quando parliamo di “fare volontariato” all’estero, è importante definire cosa intendiamo: si tratta di viaggiare verso un altro paese o all’onterno del proprio e dedicare del tempo a un progetto che ha finalità sociali, ambientali, educative o sanitarie, al servizio di una comunità locale, per scoprire il senso più puro di dare e ricevere.

Il volontariato porta davvero benefici alle comunità ospitanti?

La risposta è: dipende da come viene fatto. I benefici esistono quando:

  • I progetti nascono da bisogni espressi dalla comunità, non da un catalogo per turisti sensibili;
  • Il ruolo del volontario si integra con quello di professionisti locali, senza sostituirli;
  • C’è un trasferimento di conoscenze, non solo di braccia o entusiasmo momentaneo;
  • L’impatto è misurato, monitorato e condiviso.

Al contrario, può risultare poco utile (o persino dannoso) quando progetti improvvisati, non supervisionati o guidati da logiche commerciali finiscono per ostacolare il lavoro locale o trasformare le persone in “attrazioni” da fotografare.

Le tipologie di progetti di volontariato internazionale

Nel volontariato internazionale si possono incontrare varie tipologie di progetti:

  • Ambientali: conservazione di specie, riforestazione, gestione di riserve naturali;
  • Educativi: Insegnamento di lingue (spesso l’inglese), supporto scolastico o laboratori;
  • Sociali/Comunitarie: aiuto a gruppi vulnerabili, costruzione infrastrutture, sviluppo locale;
  • Sanitari/Medici: cliniche o assistenza, campagne di prevenzione vaccinale.

Quali competenze servono davvero per essere d’aiuto?

Non servono superpoteri, ma una combinazione di competenze e atteggiamento:

  • Competenze tecniche (linguistiche, educative, ambientali, socio-sanitarie…) quando richieste;
  • Capacità relazionale: ascolto, rispetto culturale, assenza di giudizio;
  • Lavoro di squadra e umiltà nel chiedere supporto;
  • Apertura a imparare prima ancora di fare.

La verità è che spesso il contributo più potente non è “fare tanto”, ma fare bene, con consapevolezza.

Come scegliere un progetto serio di volontariato internazionale

Non tutti i progetti di volontariato all’estero sono uguali. Alcune organizzazioni lavorano in modo etico, collaborano con le comunità locali e offrono formazione adeguata, altre invece, rischiano di essere poco efficaci o addirittura dannose. Per orientarsi tra le proposte, ecco alcuni criteri fondamentali da considerare prima di partire.

1. Trasparenza e uso dei fondi

Chiedi sempre come vengono utilizzate le quote di partecipazione: quanto va alla gestione, quanto ai progetti, quanto alla comunità?
Le organizzazioni serie pubblicano bilanci, report di impatto o documenti simili.

Suggerimento: controlla la presenza di un Impact Report o di una rendicontazione sociale: non sempre è obbligatoria, ma è un ottimo segnale di serietà.

2. Coinvolgimento della comunità locale

Un buon progetto non “porta soluzioni dall’alto”: nasce dai bisogni delle persone del posto. La comunità deve avere voce nelle decisioni, non essere solo destinataria passiva dell’intervento.

3. Sostenibilità nel tempo

Il volontariato non dovrebbe essere una parentesi, ma parte di un percorso. Chiedi se esiste una continuità del progetto, un passaggio di competenze o una prospettiva a lungo termine.

4. Competenze e ruolo del volontario

Chiarisci quali attività svolgerai e se sei davvero la persona giusta per farle. Alcuni ruoli richiedono preparazione tecnica (es. educazione, salute, tutela ambientale). Ammettere di non avere competenze è meglio che improvvisare.

5. Trasparenza nella comunicazione e feedback

Un progetto serio comunica apertamente non solo i numeri, ma anche le difficoltà dei risultati raggiunti. Inoltre, dà spazio al feedback dei volontari e delle comunità locali: così che tramite l’ascolto ci si possa migliorare costantemente.

Cosa evitare: (Red Flag) da riconoscere subito

  • Quote elevate senza rendicontazione chiara;
  • Attività che sostituiscono il lavoro retribuito di operatori locali;
  • Programmi che puntano più sulla “bella esperienza del volontario” che sui bisogni della comunità;
  • Progetti in cui ti chiedono di svolgere ruoli specializzati (insegnamento, assistenza sanitaria, orfanotrofi) senza competenze o supervisione.

Tre realtà affidabili con cui partire

  • YearOut – APS/ETS indipendente nata nel 2006, organizza programmi di volontariato e cooperazione allo sviluppo con partner locali in Africa, Asia, Centro America, America Latina ed Europa.
  • ICYE Italia – Sezione nazionale di una rete internazionale presente in oltre 40 paesi, propone scambi culturali e progetti di volontariato a breve e lungo termine.
  • Portale Giovani (UE) – Non è un’associazione, ma una piattaforma ufficiale europea dove cercare e filtrare migliaia di opportunità di volontariato all’estero per area tematica, durata e destinazione.

I pro e i contro del viaggiare facendo volontariato

Quando decidi di partire per un progetto di volontariato, è bene essere consapevole non solo delle opportunità ma anche delle sfide.

I plus
  • Immersione culturale autentica: vivere con una comunità locale, condividere spazi, linguaggio, abitudini.
  • Crescita personale: affrontare ambienti nuovi, uscire dai propri schemi, sviluppare empatia, competenze interculturali.
  • Contributo concreto: per quanto piccolo, può esistere un impatto reale se il progetto è ben strutturato.
  • Nuove relazioni: volontari, comunità, coordinatori: queste esperienze spesso generano amicizie durature
  • Viaggio con significato: non è solo “relax”, ma anche riflessione, scambio, responsabilità.
I minus
  • Costi: anche quando “si dà”, spesso ci si attende che il volontario paga viaggio, alloggio, vitto, e talvolta una tariffa di partecipazione.
  • Adattamento: vivere in un contesto diverso, con lingua, usanze, condizioni spesso rudimentali, può essere faticoso.
  • Aspettative vs realtà: potresti aspettarti “fare la differenza” subito, ma l’impatto può essere lento, e il contributo può sembrare piccolo.
  • Logistica e responsabilità: bisogna essere pronti a gestire imprevisti, a rispettare condizioni locali, ad apprendere, non solo “fare”.

La mia esperienza di volontariato internazione in Costa Rica

Siamo arrivati alla parte dell’articolo in cui parlo della mia esperienza di volontariato internazionale in Costa Rica. Solo a scriverne, lo ammetto, mi sale un po’ di nostalgia.

Quando sono partita ero in un momento di transizione: avevo lasciato un lavoro che non mi soddisfaceva e sentivo il bisogno di una svolta. Quel “vado a fare volontariato” era anche un modo per fermarmi, ascoltarmi, capire cosa volessi davvero. Ho scelto il Costa Rica per la natura incontaminata, per i parchi nazionali, per la fama di paese “verde”, ma soprattutto perché cercavo un contesto in cui contribuire a qualcosa che avesse un senso.

Sono arrivata a Ostional, una piccola riserva protetta sulla costa del Pacifico, vicino a Nosara. Vivevo in una guest house gestita dal governo, all’interno del Refugio de Vida Silvestre Ostional. Tutto ruotava attorno alla tutela delle tartarughe marine: monitoraggio delle deposizioni, raccolta dati sulla salute degli esemplari, misurazioni dei nidi e, quando la natura decideva di regalarcela, l’osservazione dell’Arribada: il fenomeno in cui migliaia di tartarughe arrivano insieme sulla spiaggia per deporre le uova. Io ho avuto la fortuna di viverla, ed è una delle immagini che più mi porto dentro.

Una giornata tipo

La giornata iniziava all’alba: caffè e Gallo Pinto, briefing con volontari e ranger locali. Tra attività di organizzazione, pulizie, videochiamate a casa con il fuso orario favorevole e chiacchiere improvvisate, arrivava già mezzogiorno. Dopo pranzo si usciva a raccogliere i rifiuti sulla spiaggia, catalogandoli per tipologia: un lavoro silenzioso ma rivelatore di quanto l’impatto umano sia ovunque, anche nei luoghi più remoti.

Il pomeriggio era più lento: si leggeva, si passeggiava, si parlava con i pescatori che a volte mi mostravanole loro piccole piantagioni di cacao.

La sera cominciava la parte più intensa: il pattugliamento notturno.
Si camminava lungo la spiaggia, alla ricerca delle cosiddette “solitarie”, tartarughe che depongono al di fuori dell’arribada. Si misuravano carapaci, nidi, si contavano le uova e si applicavano le targhette identificative. Durante l’arribada, invece, tutto cambiava: si lavorava in gruppi, si doveva contare ogni tartaruga, una dopo l’altra mentre il mare ne restituiva centinaia.

A volte capitava di assistere alla schiusa delle uova della deposizione precedente: i piccoli venivano raccolti e accompagnati in un punto più sicuro della spiaggia e poi li si osservava mentre raggiungevano il mare. Che emozione!

Non tutto facile, ma tutto vero

Non è stato sempre semplice: il caldo era pesante, l’umidità a volte soffocante, le zanzare instancabili. E il riso e fagioli quotidiano, dopo un po’, metteva alla prova anche i palati più motivati.

Se ripenso oggi a Ostional, non ricordo la fatica prima di tutto, ma la sensazione di far parte di qualcosa. Ho capito che il volontariato non è “andare ad aiutare”, ma incontrarsi: con le persone, con l’ambiente, con i propri limiti e con ciò che si vuole diventare. E forse è proprio lì che ho cominciato a ritrovare me stessa.

Il ritorno e l’impegno che resta

Tornare da un viaggio di questo tipo è un momento delicato: la vita quotidiana ti richiama, i ritmi cambiano, ma l’esperienza resta. È importante non considerare il volontariato all’estero come un “tick” da segnare sulla lista, ma come un punto di partenza. Puoi continuare l’impegno da casa: condividere la storia, sostenere la comunità ospitante, fare scelte più consapevoli nel tuo quotidiano.

Viaggiare facendo volontariato non è facile, e non è la bacchetta magica che risolve problemi complessi, ma può essere un’occasione potente per noi e per chi ci accoglie, se fatto con rispetto, preparazione e sensibilità. E se lo fai, preparati anche al cambiamento personale: potresti tornare diverso da come sei partito.

Se stai pensando di partire, chiediti: qual è il mio obiettivo? Cosa posso offrire? Cosa voglio imparare? E scegli con cura la piattaforma, il progetto, la comunità. Perché alla fine il viaggio è anche questo: incontrarsi, dare, ricevere.

Buon viaggio e buona scelta.

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